Riflessioni su una nuova idea possibile di montagna

Voglio scrivere questo articolo ancora con la mente calda e con le emozioni vivide dentro di me: mi trovo in macchina e sto tornando a Genova, dopo una piccola fuga di qualche giorno in Val di Fassa, in Trentino-Alto Adige. Nonostante le restrizioni e le infinite informazioni su ogni colore possibile, ho sfruttato questi pochi giorni di allentamento delle regole per transitare da zona gialla a zona gialla: ora ci sono di nuovo chiusure tra regioni quindi porterò con me le immagini bellissime del cielo azzurro con la neve bianca ed abbagliante, che fanno da forte contrasto ma che riempiono gli occhi e l’anima.

Le emozioni sono forti e le sensazioni che ho provato questi giorni sono proprie di chi, innamorata della propria terra e conoscitrice di quei luoghi da anni, avverte che c’è qualcosa che non va.

Mi spiego meglio: gli ambienti sono ameni e i paesaggi tolgono il fiato come sempre ma stavolta c’è un non so che di diverso. C’è un’aria surreale, un po’ fantasma forse, che avvolge questi luoghi: si avverte molto di più in paese più che sui Passi Dolomitici, peraltro irraggiungibili dalla neve e dal rischio valanghe.

L’aria che tira è quella di incertezza e paura per la stagione che si ha davanti: nella costante attesa di sapere quali saranno i giorni di chiusura e se gli impianti sciistici apriranno oppure no, i commercianti e ristoratori hanno un velo di ombra sul volto, seppur nascosta dalla forza di questi spiriti di montagna. La sensazione di paura e sconforto a mio dire è forte e concreta: ricordo bene l’atmosfera di musica e di festa, che si respirava negli anni passati quando gli addobbi, gli alberi e le lucine riempivano gli occhi.

Oggi non c’è più il profumo di Vin Brulè e cannella ad ogni angolo della strada, non trovo più tutte le pasticcerie aperte con fette calde e fumanti di strudel con vaniglia pronte ad accogliermi, non posso più mangiare il mio dolce del cuore nel mio ristorante preferito per una normale cena dopo le ore 18: posso solo ricordare quello che c’era ed allo stesso tempo tirare fuori il massimo da quello che c’è ora. Noto tuttavia che i pochi negozi aperti, i supermercati e bar hanno un personale motivato tanto quanto spaventato, con allo stesso tempo la voglia di vendere i prodotti tipici migliori e soddisfare i desideri dei clienti.

La sensazione che si respira in paese è piuttosto amara e, per lasciare questo velo di malinconia, mi spingo più in alto: finalmente raggiungo le valli, che mi fanno sempre sentire il calore di casa.

Anche in questo contesto devo però fare una breve riflessione e pensare a quello che c’è ora: trovo una montagna pura, autentica, genuina e con la voglia di scaldare l’animo più freddo. Non ci sono impianti sciistici aperti, non ci sono sciatori che spuntano da ogni parte con le loro mascherine a specchio e caschi colorati, non trovo nemmeno funzionanti le funivie, cabinovie e seggiovie che di solito sono piene tanto da non riuscire nemmeno a chiudersi.

Non vedo nulla di tutto ciò. Non sento nulla dei rumori di prima.

Interiorizzo tutto questo: comprendo che forse non mi manca così tanto.

Non voglio dire che lo sci non mi manchi e che non sia bello perché risulterei falsa e bugiarda. D’altronde per me la Val di Fassa in Inverno ha rappresentato sempre e solo lo sci alpino: non l’ho mai vissuta con le possibili altre discipline sportive quali le ciaspole o lo sci alpinismo, perciò la dimensione è sempre stata la confusione e l’enorme quantità di persone che occupavano questi ampi spazi.

Sicuramente il numero altissimo di turisti era una risorsa preziosa e un pieno respiro per i rifugi e le baite ad alta quota, nonché per i ristoranti e negozi dei paesi sottostanti ma dobbiamo davvero pensare se quella realtà fosse davvero un bene per la montagna o meno.

Proviamo a vedere la questione da un altro punto di vista: quando, durante le festività di Natale o in pieno fermento estivo ad Agosto, le città si svuotano, e le montagne vengono prese d’assalto, l’aria che respira ad alta quota è libertà ma è solo una libertà parziale: quella di chi fugge e di chi rincorre, di chi sale e di chi si spinge sempre più in alto per ritrovarsi davvero solo, con la possibilità di sentire il silenzio ed il proprio respiro.

Questo pensiero costante mi accompagna in questi giorni: ho riscoperto la mia valle del cuore, la Valle di Fassa, con gli occhi non solo di chi compie il Sellaronda, seguendo il percorso arancione o verde a seconda della percorrenza oraria o antioraria, oppure di chi vuole fare una discesa sulla Sasslong o sulla Gran Risa, per riempirsi di adrenalina su pista dopo tanti mesi senza neve.

Stavolta ho visitato, camminato ed esplorato valli, che ho sempre visto e percorso solo in estate: il paesaggio ora è coperto da un manto di neve che rende magico l’ambiente. Le vette sono innevate, i torrenti sono colmi di uno strato di neve che sembra sprofondare ma che rimane invece fermo in un equilibrio incerto, che sembra una metafora di vita, e gli abeti ed i larici sono tutti bianchi: mi chiedo solo se mi trovo in Lapponia, se sto solo sognando oppure se sono stata catapultata in un paesaggio da fiaba.

Come contorno a tutto ciò, avanzo nell’ambiente con l’utilizzo delle ciaspole: procedo lentamente, faccio molto rumore ma sono fedeli compagne di viaggio che mi hanno accompagnata in diverse avventure.

Riscopro letteralmente la Valle Duron, il Rifugio Micheluzzi, la Baita Lino Brach (con il mitico Carlo Budel ad attendermi ed è un grande piacere rivederlo dopo il nostro ultimo incontro estivo a Capanna Penia): l’abbraccio dell’estesa valle mi accompagna per vivere una giornata magica sulle Dolomiti, seppure il sole fatichi di più portare i suoi raggi in questa stagione.

Dopo tanti anni, ho poi il piacere di tornare sul Passo San Pellegrino, di esplorare di nuovo la conca di Fuciade fino al suo caratteristico rifugio ed oltre, lungo il sentiero più impegnativo in direzione Forca Rossa. La vista è spettacolare e spazia a 360 gradi dal San Pellegrino alle Pale di San Martino: la neve fresca, la traccia che apro con le ciaspole e le innumerevoli piccole malghe, mi riportano in una atmosfera candida, che solo in inverno si respira.

Torno quindi a Genova piena di ricordi, con il cuore caldo e la mente che vaga ancora nelle valli Dolomitiche. Voglio portare con me non solo lo strudel o gli spatzle, ma anche la gioia e la serenità che offre la neve, con la speranza che mi possa accompagnare nei prossimi giorni, ancora molto duri per l’Italia e il mondo intero.

L’ultimo mio augurio è rivolto non solo alla mia valle del cuore ma tutte le terre dell’Italia intera, che possano presto ripartire alla grande, senza farsi abbattere da questa pandemia globale. I momenti di crisi devono essere interpretati non solo come attimi di dolore, ma anche come momenti di opportunità per rinascere, ripartire e per vedere tanti aspetti che prima non vedevamo, perché tutti un po’ troppo impegnati nelle nostre routine.

A tutti voi, il mio profondo augurio di Buone Feste ed un Felice 2021!

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