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ALTI TATRA: SCIALPINISMO TRA POLONIA E SLOVACCHIA

by Elisa Bessega

Quando, mesi fa, Viviana ed Antonella mi hanno proposto un viaggio “sci ai piedi”, dei monti Tatra conoscevo a malapena il nome. Sapevo che si trovavano da qualche parte nell’est Europa e che, pur non trattandosi di una meta del tutto estranea agli scialpinisti, poche erano le informazioni effettivamente reperibili circa itinerari e vette raggiungibili in invernale.

Eppure l’idea di esplorare una regione poco battuta e piuttosto inusuale per il turista nostrano ci è sembrata subito un ottimo motivo per farvi visita, complice anche un recentissimo appello condiviso dalla rivista online Planet Mountain per salvaguardare il libero accesso al parco, e dunque la curiosità di verificare da vicino quali effetti possa avere una regolamentazione così restrittiva delle attività montane per la comunità locale.

La notizia che il raduno internazionale di scialpinismo femminile “Rendez Vous Haute Montagne” di quest’anno si sarebbe tenuto proprio lì è stata l’espediente perfetto per decidere di partire. Contando di poterci unire al gruppo per qualche uscita avremmo forse potuto sfruttare le conoscenze dei local per l’accesso sugli sci alla famosa Tatranska Magistrala – l’alta via dei Tatra – nonostante le tanto discusse regole che sembrano vietarne la frequentazione da novembre a maggio (ma dovremo aspettare di parlarne con chi ci vive per riuscire a chiarire la portata del divieto).

Alba sugli Alti Tatra (foto di Elisa @umeshoku)

13 ore di macchina attraverso le distese di campi dell’ex blocco sovietico e superata Bratislava ci ritroviamo all’improvviso al cospetto dei Vysoké Tatry (Alti Tatra). Una zona montuosa al confine tra Polonia e Slovacchia, circoscritta e di modesta altitudine eppure severa; fatta di cime rocciose cupe, verticali ed apparentemente inaccessibili collegate da creste così affilate da sembrare svilupparsi in due sole dimensioni. Una striscia di pianura le separa a sud dal loro corrispettivo “plaisir”: i Bassi Tatra, pendii dolci e docili che a vederli stagliati sull’orizzonte sembrano una fila di meringhe. Lo yin e yang dell’orogenesi Slovacca.

Niente di meglio per mettere alla prova il nostro team di sole donne con un obiettivo ambizioso sia per difficoltà tecnica che per capacità esplorativa. Vista la conformazione delle pareti rocciose gli itinerari si sviluppano prevalentemente lungo gole e ripidi canali, poche vette sono raggiungibili senza affrontare tratti di tipo alpinistico e non di rado è richiesta una padronanza dello sci da BSA in su; non sono reperibili neanche in loco pubblicazioni relative agli itinerari invernali e chi vi fa visita dall’estero si affida solitamente a guide alpine locali. Tutto quello su cui facciamo affidamento al nostro arrivo è quindi una cartina, i racconti letti su qualche blog ed il contatto con le ragazze RHM.

Il nostro team: Giulia, Viviana, Antonella in una giornata ventosa (foto di Elisa @umeshoku)

I primi giorni ci appoggiamo al Popradske Pleso Horsky e Majlathova per prendere familiarità con la zona, due rifugi facilmente accessibili dal comprensorio sciistico di Strbske (la toponomastica locale può sembrare ostile ma vi assicuro che in pochi giorni ci si abitua alla penuria di vocali), un punto strategico della dolina Mengusovská da cui eventualmente partire per affrontare l’alta via.
Ci aspetta un casermone spartano ma accogliente, forse più simile ad una sorta di centro sociale che ad un ricovero di montagna, a pochi metri da un più recente cottage in riva al lago. Le dissonanze dell’architettura locale rimandano a stili ben poco affini alle baite fiabesche altoatesine cui siamo abituate: cemento a vista, funzionalismo, essenzialità e forme squadrate stridono con la poesia del bosco innevato e restituiscono forse il ricordo di un passato sociopolitico agli antipodi rispetto alla nostra storia di localismi; un panorama austero nel quale non hanno ancora trovato spazio le sciccherie del boom turistico montano, ma forse proprio per questo ancora più affascinante.

Insomma pochi fronzoli e molta sostanza, come le donne RHM che troviamo ad accoglierci.
Rendez Vous Haute Montagne è il nome di un’associazione di alpiniste nata nella Svizzera degli anni sessanta con lo scopo di mettere in contatto tra loro arrampicatrici lead di alto livello (che non avrebbero avuto modo altrimenti di poter scalare da prime, vista la scarsa disponibilità degli alpinisti dell’epoca a cedere il passo al gentil sesso). Inizialmente altamente selettiva, con il tempo trasformata in un pretesto per valicare il confine del blocco sovietico facendosi scudo dell’ufficialità di un gruppo riconosciuto anche a livello statale; oggi resta un’occasione per ritrovarsi in compagnia ed un ottimo modo per conoscere le storie di alcune tra le protagoniste degli anni d’oro delle prime esplorazioni alpine.

Quelle che non toglierebbero mai gli sci dai piedi (foto di Elisa @umeshoku)

Il nostro gruppo di quattro “Italiansky” si unisce così ad una decina di slovacche, cui si aggiungeranno alcune tedesche e due svizzere.
Purtroppo è subito chiaro che le condizioni meteo non ci permetteranno di affrontare l’alta via. Il percorso fino al rifugio successivo si sviluppa infatti attraverso 5 passi raggiungibili da canali con pendenze fino ai 45/50 gradi ed il forte vento e le temperature degli ultimi giorni hanno trasformato i versanti nord in lastre di ghiaccio, una tortura che ci obbligherebbe a calarci sci in spalla ad ogni valico.

Riusciamo comunque ad arricchire il nostro curriculum con qualche cima di tutto rispetto ed una media di 1400 metri di dislivello giornaliera; il che significa, tenendo conto che nessuna vetta nei dintorni supera i 2500 metri e che i rifugi si trovano a quota 1500, ripellare più volte in una stessa giornata verso diverse destinazioni riuscendo addirittura ad incastrare qualche birra nelle pause pranzo.

Le valli sono parchi giochi nei quali navigare a vista, si parte spesso senza una meta precisa ed a qualsiasi ora del giorno, decidendo di risalire quella tra le mille gole che ci sembra garantire la sciata più soddisfacente e sicura; uno ski-trip da sogno per chi non toglierebbe mai gli sci dai piedi.

Ultimi metri dell’interminabile secondo canale del Baranie Rohy prima dell’uscita sulla sella Baranie Sadlo (Foto di Elisa @umeshoku)

E’ singolare, in un ambiente già di per sé poco frequentato, ritrovarsi non di rado tra sole donne su una cima. Una sensazione curiosa e mai sperimentata in alta quota quella di muoversi totalmente alla pari, in modo che le uniche differenze che contano siano quelle legate al diverso livello di competenze, esperienza e preparazione atletica; salire e dedicarsi al solo raggiungimento dell’obiettivo prefissato godendosi l’estasi del panorama, senza che alcuna energia venga impiegata nell’intento di dimostrare di essere all’altezza. Uno spreco, questo, al quale capita invece di cedere sovente in un mondo di fatto caratterizzato dalla storica predominanza maschile, e di conseguenza da una forma di pregiudizio per il quale una frequentatrice debba essere in qualche modo aiutata o scortata.

Di altri scialpinisti in giro ce ne sono comunque parecchi, anche se pochi rispetto all’offerta del luogo; quasi tutti quelli che incontriamo viaggiano con zaini appesantiti da piccozza ramponi e corda e ci chiediamo come sia possibile che i local non abbiano in programma nient’altro che giornate di sci ripido estremo. Viera, slovacca di Poprad, mi spiega che, oltre che per ottenere l’innegabile appeal da montanaro navigato, una picca bene in vista può servire a garantirsi l’immunità in caso di controllo delle guardie parco.

Trova così conferma il dubbio iniziale circa la liceità delle nostre esplorazioni: negli Alti Tatra ogni attività invernale al di fuori dei sentieri principali è vietata, eccetto l’arrampicata. O meglio, in generale, negli Alti Tatra le attività ufficialmente consentite sono solo quelle tassativamente elencate dalle regole del parco.

Discesa dal secondo canale del monte Baranie Rohy, 2526 mt. (foto di Elisa @umeshoku)

Sul sito ufficiale del TANAP una lista lunga e di difficile interpretazione elenca per ogni tipo di disciplina outdoor le zone consentite, arrivando ad un livello di precisione tale da menzionare per ogni cima il singolo versante praticabile. I gradi di difficoltà fungono da discrimine: sotto al secondo, non essendo considerata arrampicata, l’escursionismo è permesso solo lungo alcuni dei sentieri segnati; diversamente è necessario essere accompagnati da una guida. Sopra al secondo grado, fino a qualche decina di anni fa, era addirittura necessario passare una sorta di test per dimostrare di essere in possesso delle competenze necessarie ad affrontare una scalata in autonomia.

Lo sci alpinismo è permesso solo in un numero ristretto di zone per lo più adiacenti agli impianti, a meno che non si dimostri di essere un arrampicatore in procinto di compiere un avvicinamento ad una via invernale (ecco spiegato il materiale da scalata sempre appresso e l’assenza di pubblicazioni scialpinistiche), pena una sanzione di 60 euro e qualche problema in più con la copertura assicurativa in caso di incidente fuori dalle aree consentite.

Viera mi rassicura però sull’innocuità di questi divieti apparentemente così perentori, garantendomi che nessuna guardia parco ha mai avuto voglia di affrontare centinaia di metri di dislivello per multare un trasgressore ben allenato; è comunque in corso da lungo tempo una campagna finalizzata ad abolire leggi di fatto inapplicate e vecchie di mezzo secolo solo parzialmente giustificate dalla tutela paesaggistica; una protesta della quale si è fatto portavoce, tra gli altri, l’autore del sopra menzionato appello condiviso da Planet Mountain.

Il ripido pendio sotto alla cima Mengusovsky, 2227 mt. Sull’orizzonte a destra i Bassi Tatra (Foto di Elisa @umeshoku)

Ecco che persino le condizioni di accesso ad un parco naturale, con la loro eco autoritarista, contribuiscono a narrare le vicende del passato di un paese. Ed anzi, il viaggio outdoor si rivela forse un’ottima occasione per entrare in contatto con le peculiarità di una regione e dei suoi abitanti proprio perché quella dell’alpinismo è una lingua con forme e necessità comuni, che trascende qualsiasi stato (e genere) di appartenenza.

Resta l’amarezza di non aver sperimentato l’isolamento della Tatranska, ma prevedo che non staremo a lungo lontane da queste rocce nere di granito affilato: un’occhiata ai libri di vie conservati nei rifugi e già si progetta di tornare in veste di climber a far visita all’eccezionale team del rifugio Chata Pri Zelenom Plese (nostro punto d’appoggio per la seconda parte del viaggio) non appena la neve si sarà sciolta.

(Tracce, foto e descrizioni dettagliate per ciascun itinerario saranno disponibili sul micro-sito dedicato al viaggio skithetatra.onuniverse.com)

 

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