“Volevo solo vedere cosa ci fosse in cima”

Nelle mie letture di montagna, mi capitò d’imbattermi in una frase che risultò essere sorprendente nella sua essenziale veridicità. Suonava più o meno così: “Quando cresci sotto una montagna, finisce che prima o poi tu ci voglia salire in cima”. Mi scuso con l’autore di questa frase, chiedendone ufficialmente in prestito le preziose, quanto condivise, parole per iniziare a raccontarvi di me.

Mi chiamo Sara, anche se mi sono sempre sentita Viola, ho un’età che tende vertiginosamente verso gli –anta e mi sento piena di vita come una ragazzina alle medie. Sono nata, cresciuta e stagionata nella terra orobica di Bergamo, sotto cime non di certo maestose, ma che ho sempre rispettato, ammirato con curiosità e passione. Nella vita, ho un lavoro normale e una mini-casa di vetro, ma tutti credono che viva per boschi, prati e montagne.

Foto Valentina Celeste

La mia passione per la montagna non è sempre stata evidente ed esplicita. Quando ero piccola, bionda e boccolosa, mia mamma Zina e mio papà Bruno mi portavano in montagna un po’ come facevano tutte le famiglie allora. Penso che entrambi siano stati ripetutamente lusingati dalla possibilità di somministrarmi una massiccia dose di camomilla per farmi abbandonare a un sonno profondo, mettendo a tacere le lagne che, per tutta la durata della gita, non mancavo di proporre, ribadire e riconfermare ad ogni passo. Eppure, con la loro costanza, riuscirono ad instillare un piccolo semino di curiosità.

Quel seme impiegò tutto il tempo dovuto prima di dischiudersi e quando ormai probabilmente persino i miei genitori non avrebbero più pensato che la montagna potesse esercitare del fascino su di me, accadde l’inatteso. Il mio timido e amatoriale approccio alla corsa su strada mi condusse a conoscere una piccola comunità di sportivi e di appassionati di  movimento, fino ad offrirmi la possibilità di entrare nel gruppo ASICSFrontRunner Italia. In parallelo, si delineava la riscoperta delle passeggiate in montagna. Attraverso la mia società sportiva, entrai in contatto con un gruppo di escursionisti e poi la sottosezione del CAI a cui ancora oggi sono iscritta. Fu un crescendo.

Inevitabilmente, le due passioni cominciarono ad avvicinarsi e lentamente a collimare, quando nel 2014 partecipai alla Cortina- Dobbiaco. Mi si aprì un mondo: potevo correre in montagna. Con la stessa pazienza con cui abituai il mio corpo a correre (credetemi, odiavo correre e non potevo essere definita una sportiva), lo abituai alle salite e alle discese. La fatica, riconoscibile nel fiato corto, cominciava a divenire amica perché correre in contesti spettacolari, in pieno contatto con la natura rendeva ogni cosa più facile a appetibile. Credo che questo tornare in natura, che va diffondendosi sempre più, ci mostri un’essenza trascurata dalla vita moderna da cui comunque, non possiamo desumere.

Foto Valentina Celeste

Correre fra i monti mi ha insegnato l’arte dell’attesa e della pazienza, della fatica come mezzo per ottenere soddisfazione dal proprio agire, il rispetto dell’ambiente e di chi cammina (o corre!) con te, ma soprattutto a guardare le cose da un altro punto di vista.

Perché andare in montagna non significa soltanto fruirne, ma esserne partecipi

Qualsiasi sia lo stile scelto per attraversare le Terre Alte, ho imparato a guardare chi la montagna la vive davvero, tutto l’anno. Ne ho osservato le difficoltà e le fatiche, ma anche i sorrisi aperti e pieni di luce. Ho cominciato a capire cosa si nasconda dietro l’organizzazione di una grande gara in montagna, dove allestire un ristoro e trovare gente che lo presieda non è sempre facile. Ho apprezzato il lavoro di tanti volontari che si prendono umilmente cura dei sentieri, dei boschi e della segnaletica che permette a tutti di orientarsi. Ho speso volentieri i soldi per pagare un pedaggio, comprare dei prodotti locali o per apprezzare un buon piatto di cibo cucinato con passione, secondo tradizione.

Più che dire io vado/corro in montagna forse, dovremmo dire io sono la montagna

Foto Valentina Celeste
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