IL TRAIL, UN INCONTRO CON SÈ STESSI

“La vera cura di sé,
il vero prendersi in carico facendo la pace con le proprie memorie
inizia probabilmente quando non più il passato bensì il presente,
che scorre giorno dopo giorno aggiungendo altre esperienze,
entra in scena.
E diventa luogo fertile per inventare o svelare altri modi di sentire, osservare, scrutare e registrare il mondo dentro e fuori di noi.
” Demetrio, 1995

Inizio sempre i miei racconti con una frase che in qualche modo sintetizza il messaggio che voglio lanciare al lettore, il senso più profondo di ciò che sta dietro il contenuto. Vi chiederete perché io abbia scelto una simile citazione per parlarvi di Trail ed Ultra Trail… E’ molto semplice: questo sport per me è indissolubilmente connesso alla cura di sé.

Ogni Trail che ho corso in questi anni, ed in particolare in questo 2017, è stato un prezioso tassello per prendermi cura di me stessa. Ed in che modo ci si prende cura di se stessi? Innanzitutto iniziando a conoscersi: scavando nel profondo, in quei luoghi in cui si accede spesso in punta di piedi oppure inaspettatamente con celerità e violenza, portando a galla ciò che non volevamo riesumare, vedere, ciò che era difficile da sentire, tollerare, accettare.
Il Trail per me rappresenta una dimensione in cui attuo un processo lento, paziente, graduale, continuo, di cura, attraverso il quale sento il vigore e la forza del mio corpo, nonché i suoi limiti, e grazie al quale inoltre esploro la mia anima e ciò che non si può conoscere e comprendere in modo immediato e semplicistico.

Mi presento a questo punto: sono Luisa, ho 37 anni, sposata, ho un bambino meraviglioso, Elia, di 7 anni. Il mio passato, intrecciato in modo indelebile a quello dei miei genitori, è composto da pagine allegre e spensierate e, come in tutte le esistenze, anche da pagine in cui si legge dolore, angoscia, paura, sofferenza… nonché una fervida resilienza… Mi è stata affidata una malattia cronica, diabete mellito tipo 1 (insulino dipendente), all’età di 18 mesi… ma probabilmente essa abitava silenziosamente in me da molto prima… una patologia che oggigiorno può consentire una vita come quella di tante altre persone, seguendo la terapia insulinica multiniettiva, una dieta equilibrata e praticando una regolare attività sportiva.

In passato ho dovuto fare i conti con il fatto che mi trovavo a vivere con un qualcosa che percepivo costantemente pesante, una zovorra che non avevo scelto ma mi era stata assegnata a vita, entro la quale mi sentivo di non andare bene abbastanza, di non essere capace abbastanza, di non essere bella abbastanza… una lotta con e contro me stessa alla quale non riuscivo mettere una fine.

Un percorso personale scandito dall’ascolto incessante di me stessa, caratterizzato da diverse scelte e conseguenti cambiamenti nella mia vita personale e professionale che hanno determinato, nell’età adulta, una svolta dentro di me, il “giro di boa” metaforicamente parlando. Qui si inserisce il Trail che mi ha consentito innanzitutto, come introduce la frase che ho scelto, di “fare pace con le mie memorie”: accettare il mio passato, fatto di difficoltà, di tanti “punto e a capo”, di tentativi, di fallimenti, di cadute, di conseguenti sbucciature e lacerazioni. Accogliere che sono anche questo: debolezza, fragilità, limite per poi guardare al presente dandomi da fare in chiave propositiva, vivendo appieno il Mio Qui e Ora, allontanando le paure e gli interrogativi rispetto alla vita futura, i sensi di colpa, amandomi per quello che sono, scoprendo e dando vitalità a nuove parti di me, giorno dopo giorno, esprimendo le mie risorse e potenzialità latenti. Un passaggio dal’ombra alla luce ed è proprio vero, in tal senso, che la via verso la cima è come il cammino verso se stessi.
Il Trail è un viaggio con e dentro se stessi. E’ un percorso intimo e silenzioso, che si intraprende in solitudine per poi, in un secondo momento, essere condiviso con altri, reso magico, mistico, spirituale dall’ambiente in cui viene vissuto. E mi piace riportare una citazione di Pasolini:

“Io avevo voglia di stare solo, perché soltanto solo, sperduto, muto, a piedi, riesco a riconoscere le cose.” (P. Pasolini “L’odore del’India”)

Quando uso il termine “spirituale” non è da intendersi in senso religioso. Sono pertinenti a questo punto, mi risuonano e mi corrispondono le parole che seguono:

“Chiedetemi qual è il mio dio, vi risponderò: l’Universo intero. Chiedetemi qual è il mio tempio, la mia chiesa, vi risponderò la Natura in ogni sua forma.” Mary Bird, Tribù Lakota

Mi commuove scrivere questo pezzo… come ho già esplicitato in altri articoli che ho scritto, parlare di sé, del proprio vissuto, significa mettersi a nudo: non ci sono maschere, non ci sono filtri, si sente la pelle viva, la carne, l’anima e rende vulnerabili perché ci si sintonizza con la nostra essenza più profonda. Nel momento in cui contattiamo quest’ultima tutto è più chiaro, più tollerabile perché rappresenta il Senso di tutto ciò che siamo e ci indica in modo limpido la nostra strada.

Questo sport ha un potere terapeutico: mantengo il mio corpo in buona salute e alimento la mia anima. E’ una scelta, una delle mie migliori scelte in questa vita.

*Luisa Campregher, psicosintetista, formatore, opertaore training autogeno (Info: 3471032459)

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