Tra borghi abbandonati e creste innevate

Quella che voglio raccontare è una bella storia di Resilienza e di Resistenza con la R maiuscola.

È la storia di un borgo fantasma, davvero piccolo, che sorge a 595 alle spalle di Genova, e che ormai risulta quasi completamente disabitato ed a tratti dimenticato. Questo minuscolo centro mi ha scaldato il cuore con la sua vicenda e i suoi gentili custodi, che ancora oggi ne preservano l’autenticità e posso tranquillamente definire gli eroi del nostro tempo.

Cominciamo però dal principio di questa narrazione: vista la tantissima neve, l’obiettivo della giornata era quello di raggiungere una delle vette dell’Appennino Ligure, il Monte Alpesisa a quota 989 m. Partendo da San Martino di Struppa e procedendo il tragitto per Canate di Marsiglia, ci si sarebbe ricollegati all’Alta Via dei Monti Liguri, seguendo una rapida salita e raggiungendo il Monte Lago a 942 m, con una vista mozzafiato sul Lago Val Noci, per poi chiudere infine l’anello di nuovo fino a San Martino.

Nonostante il Monte Alpesisa non arrivi neppure a 1000 m, davvero non ha nulla da invidiare alle sue montagne vicine, prima su tutti il Monte Antola, che si erge come divinità della vallata. Ha anche tutto quello che serve per rendere affascinante il luogo: in primis la magia fiabesca che si respira dal bosco incantato dalla neve, poi il paesaggio mozzafiato ed a tratti ruvido ed aspro, come solo l’Appennino Ligure sa regalare, ma soprattutto la vicinanza con l’Alta Via dei Monti Liguri, per cui ho un debole particolare.

Insomma, le tappe da visitare erano tantissime e le aspettative del giro non erano da meno, con un dislivello totale positivo di 800 m, anche se, i continui saliscendi su terreno fangoso, il forte vento e poi la tanta neve, la rendono più impervia e difficoltosa del previsto. Tuttavia, mai avrei pensato che l’elemento più bello della giornata potesse essere l’incontro con Canate di Marsiglia.

Facciamo quindi un passo indietro a quando ho parlato di borgo fantasma e ripartiamo da qui.

Abbiamo detto che il piccolo centro, che sorge alle spalle di Genova a neanche 600 m slm, si trova nel Comune di Davagna. Nel villaggio attualmente c’è solo un residente, Francesco, che si dedica all’agricoltura ed alla pastorizia, mentre l’altro suo compagno di avventure, dopo 80 anni vissuti in quel centro, ha dovuto a malincuore abbandonare la sua casa per trovare abitazione in città, solo perché più comodo e più pratico per un uomo della sua età. Purtroppo, non abbiamo la fortuna di incontrare Francesco ma veniamo accolti alla Casa del Popolo da tre suoi conoscenti, che molto spesso vanno a trovarlo ed offrigli supporto, compagnia e sostegno.

Entrare all’interno della casa del Popolo mi ha riportato indietro con la mente all’estate del 2018, quando ho intrapreso il mio primo cammino da pellegrina: la via Francigena. È stato un forte turbinio di emozioni, felice della calorosa accoglienza della stufa calda e del the nero fumante, che ci viene offerto. Non poteva mancare un pezzo di focaccia ligure resa croccante sulla stufa, ed è così che mi viene chiesto da dove arriviamo e se già conoscevamo Canate di Marsiglia. La risposta è stata negativa: ne avevamo sentito solo qualche accenno ma mai avremmo pensato davvero a quel piccolo borgo dimenticato come un concentrato di storia e di tradizione.

Riscaldata dal the bollente come solo una bevanda calda sa fare durante la fredda stagione invernale, ascolto assorta la storia di Francesco, della sua Resilienza a voler continuare a vivere in un borgo disabitato e della Resistenza, che invece è stata combattuta durante il secondo conflitto mondiale.

Alcuni studi collocano la formazione dei primi nuclei abitativi intorno al XII secolo e, al centro del paese, una lapide commemorativa ricorda l’incendio del borgo ad opera delle truppe nazi-fasciste in uno dei tantissimi episodi di rappresaglie alle attività partigiane.

Canate di Marsiglia ha subito un radicale spopolamento tra il 1950 e il 1960 quando, durante gli anni del boom economico, si è venuta a creare la mancanza di una strada carrabile, che la collegava al paese più vicino, cioè Marsiglia.

Troviamo ancora capre che pascolano indisturbate, camminando ed esplorando tra le piccole viuzze, si possono trovare botti di legno, mangiatoie, torchi, damigiane e lavandinifino a raggiungere la fonte con annesso trogolo, a pochi metri dalla lapide commemorativa e dove sorge la casa del Popolo.

Ci hanno raccontato anche che a Francesco piace la sua riservatezza e che si è definito un pastore ma non un eremita, come descritto impropriamente sui social network e sulle riviste.

Veniamo anche a conoscenza di alcuni piani di ricostruzione del Comune risalente a qualche anno fa, secondo cui il paese avrebbe dovuto essere distrutto completamente per poter invece ospitare un complesso alberghiero, con annesso un lussuoso centro termale. La proposta alla fine è affondata e questo ha preservato la bellezza del luogo: la richiesta di aiuto infatti era nata come una speranza del mantenimento della magia di Canate, non come una condanna di rasa al suolo per rinascere dalle ceneri come una fenice, ma in una veste totalmente opposta. Ciò non era per niente quello che si era immaginato originariamente e, quindi, si è smesso di chiedere supporto e sostegno agli Enti.

Tuttavia, mi accorgo che, quasi sicuramente, se non si fa subito concretamente qualcosa, le pesanti piogge e le condizioni atmosferiche, oggigiorno sempre più avverse, avranno un esito molto funesto sul piccolo borgo.

Colma di gioia per l’accoglienza tanto calorosa, ed assorta dal racconto e dalla dedizione di questo trio di eroi, che proteggono come sentinelle il loro pastore, rimango impietrita ad ascoltare ogni singola parola.

Mi accorgo però che l’orologio non si è altrettanto fermato e, di colpo, mi ricorda che è ora di andare, perché il tragitto è ancora lungo e i luoghi da incontrare sono ancora lassù che ci aspettano.

Un ultimo sopralluogo al paese, qualche foto e video per immortalare e portare con me questi ricordi ed è subito tempo di proseguire il percorso.

Ad attendermi tante altre meraviglie: molta neve, creste imbiancate, il Lago Val Noci che ci saluta dal fondo della valle, alberi con rami spogli ma carichi di fiocchi come non mai, l’Alta Via che ci saluta e ci dà il suo Bentornati a casa.

Il cuore si riempie di tutta questa bellezza e nonostante il tanto vento, il fango e la cresta innevata, procediamo rapidi, metro dopo metro, fino a chiudere l’anello che avevamo pianificato.

Ritorno a casa più leggera, con la sensazione di chi non ha soltanto vissuto una giornata nella natura tra panorami mozzafiato, ma come chi ha anche condotto un viaggio nel tempo e poi è rimasto bloccato, per attimi che sono sembrati infiniti.

Che storia bellissima, che viaggio meraviglioso, quanti racconti del territorio che ci sarebbero da scoprire, da riportare alla luce e da narrare!

Una storia del genere, forse, può risultare semplice e banale a molti, ma dà il coraggio e la voglia di portare avanti quei valori e quei sorrisi dei piccoli Borghi che si incontrano lungo il cammino, come nell’Appennino Ligure, a chi possiede l’anima di un pellegrino, che probabilmente non è mai più andato via, a partire da quella calda Estate sulle orme di Sigerico, lungo la Via Francigena.

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