C’è una domanda che molte donne si fanno prima di partire — che sia per un trekking di un giorno o per una spedizione dall’altra parte del mondo: ce la farò?
Non è una domanda banale. Dietro ci sono anni di messaggi ricevuti, di spazi in cui non ci siamo sentite abbastanza forti, abbastanza allenate, abbastanza esperte. La montagna, il mare, la roccia sembrano territori di altri — di chi è cresciuto così, di chi ha sempre saputo come si fa.
Eppure, ogni giorno, donne normalissime scelgono di uscire. Di mettere gli scarponi. Di presentarsi a un’esperienza senza conoscere nessuna delle altre partecipanti. E tornano cambiate.
Abbiamo raccolto le storie di sette donne straordinarie — non per farti sentire piccola di fronte a ciò che hanno fatto, ma per mostrarti qualcosa che le accomuna tutte. Qualcosa che riguarda anche te.
La paura non sparisce. Impari a camminare insieme a lei.
Hazel Findlay è una delle scalatrici trad più importanti del Regno Unito. Potrebbe sembrare lontanissima da noi — e invece la cosa più nota di Hazel non è la difficoltà delle vie che ha scalato, ma il suo approccio alla paura. Ha studiato la propria mente come si studia una parete: con attenzione e rispetto, senza pretendere di eliminarla. Ha capito che la paura non è un ostacolo da abbattere, ma un’informazione da ascoltare.
Lucy Shepherd ha cominciato iscrivendosi a un corso di sopravvivenza — quasi per curiosità. Lì ha scoperto di sentirsi realizzata come mai prima. Oggi guida spedizioni in luoghi remoti del pianeta. Ma il punto di partenza era la stessa voce che conosciamo tutte: non so se sono capace.
La natura è uno dei pochi posti in cui la paura smette di essere nemica e diventa compagna di viaggio. Non perché sparisca — ma perché lì impari, passo dopo passo, che puoi andare avanti lo stesso.
La resilienza non è sopportare. È trasformare.
Lizzie Carr aveva 26 anni quando ha ricevuto una diagnosi di cancro. Ha iniziato a fare paddle surf durante la riabilitazione, come modo per riconciliarsi con un corpo che stava attraversando la tempesta. Quello che è successo dopo — i record mondiali, le traversate oceaniche — è quasi secondario rispetto alla cosa vera: Lizzie ha usato la natura per guarire, prima ancora che per vincere.
Bárbara Hernández è cresciuta a Santiago del Cile, lontana dal mare, in una città che non le offriva nulla di ciò che sarebbe diventata. Ha scoperto il nuoto in acque libere durante l’adolescenza e non si è più fermata. Nuota senza muta in acque glaciali, tra montagne innevate. La sua storia parla di quanto spesso i nostri limiti siano geografici, culturali, narrativi — non reali.
Entrambe ci dicono la stessa cosa: la natura non chiede chi sei stata. Chiede solo chi vuoi diventare.
Non aspettare il momento giusto. Non esiste.
Eva Zu Beck aveva un obiettivo preciso: diventare esperta di spedizioni lunghe, in solitaria, in luoghi remoti e condizioni estreme. Steppe mongole, deserti, foreste. E ci è riuscita — non perché fosse predestinata, ma perché ha smesso di aspettare di essere pronta.
Ioana Barbu è la prima persona al mondo — non la prima donna, la prima persona in assoluto — ad aver completato tutte e sei le gare della serie “Beyond the Ultimate” nello stesso anno. Una dopo l’altra, senza fermarsi. La costanza, non il talento.
Alice Morrison ha corso la Marathon des Sables — 250 km nel deserto del Sahara — e ha gareggiato attorno all’Everest. Non viene dal mondo dello sport professionistico. Viene dal mondo di chi ha deciso, a un certo punto, di non rimandare più.
Tre donne, tre storie diverse, un unico punto di partenza: il momento in cui hanno smesso di chiedersi se fosse il momento giusto e hanno cominciato.
E allora, cosa ci dicono davvero?
Non ci dicono di correre nel deserto. Non ci dicono di nuotare in acque gelate o scalare pareti verticali. Ci dicono che il confine tra “posso” e “non posso” è molto più mobile di quanto crediamo. Che la natura è uno spazio dove quel confine si sposta — silenziosamente, a ogni passo.
Ci dicono che non servono le condizioni perfette. Non serve essere già esperte, già allenate, già sicure. Non serve nemmeno conoscere qualcuna con cui andare — perché le compagne di viaggio, spesso, le trovi lì.
La montagna non chiede di essere pronte. Chiede solo di arrivare.
#DonneDiMontagna