Davanti a un pannello in un museo tedesco, ho ritrovato la stessa storia che conosciamo in montagna: quella di donne che hanno dovuto dimostrare di meritare uno spazio che era già loro.

Nel 1910, un giornale tedesco scriveva senza imbarazzo: “Volare richiede la forza psichica di un uomo.” Un anno dopo, Melli Beese diventava la prima donna in Germania a ottenere il brevetto di volo. Non perché qualcuno le avesse aperto la porta, ma perché se l’era aperta da sola. Questa storia l’ho incontrata su un pannello espositivo intitolato “Frauen Erobern die Lüfte — Donne alla conquista del cielo”, una timeline che attraversa oltre un secolo di aviazione femminile. E leggendola, mi sono resa conto di quanto somigli alla storia delle donne in montagna.

Le pioniere non chiedevano permesso

Nel 1928, Marga von Etzdorf diventa la prima donna copilota della Lufthansa, conquistandosi fama internazionale con i suoi voli a lunga distanza. Nel 1932, Amelia Earhart è la prima donna ad attraversare l’Atlantico in solitaria. Eppure — e qui la storia si fa amara — per decenni il contributo femminile viene ridimensionato, incanalato, controllato.
Negli anni ’50, la figura della hostess diventa il simbolo di una femminilità addomesticata: glamour, sorrisi, e niente cockpit. Negli anni ’60, le compagnie aeree impongono alle assistenti di volo requisiti di peso, stato civile (dovevano essere nubili) e aspetto fisico. Suona familiare? È la stessa logica che per generazioni ha detto alle donne: “In montagna puoi venire, ma stai sul sentiero facile.”

Amelia Earhart. Fonte: womenshistory.org

Trent’anni per arrivare in cabina di pilotaggio

Solo nel 1984, Beverly Burns diventa la prima donna comandante di un Boeing 747. Nel 1986 (1986!) Evi Lausmann e Nicole Lermann sono le prime donne ad entrare nel programma di addestramento piloti Lufthansa. Non nel 1920. Non nel 1950. Nel 1986.

E oggi? Oggi solo il 5,3% dei piloti è donna. Il divario salariale nel trasporto aereo tedesco è del 28%. In cabina, l’80% del personale è femminile. In cockpit, il 94,7% è maschile. Due mondi separati da una porta e da un secolo di pregiudizi.

Dal cielo alla montagna, le barriere si somigliano

Leggendo questa timeline, ho pensato a quante volte sento le stesse frasi, solo cambiate di contesto:

  • “Volare richiede la forza psichica di un uomo” → “L’alta montagna non è per le donne”
  • “Le hostess devono essere nubili e magre” → “Se hai figli, le cime scordatele”
  • “Solo il 5% dei piloti è donna” → “Solo il 7% delle guide alpine in Italia è donna”

Le barriere cambiano forma, ma la struttura è identica: prima ti dicono che non puoi, poi ti
dicono che non è il tuo posto, infine ti dicono che se ci sei arrivata sei l’eccezione, non la
regola.

Quello che le pioniere ci lasciano

La storia dell’aviazione femminile ci ricorda una cosa importante: ogni spazio che oggi ci sembra normale è stato conquistato da qualcuna che è stata considerata fuori posto. Melli Beese era “fuori posto” in un aereo nel 1911. Le donne pilota sovietiche erano “fuori posto” nei caccia della Seconda Guerra Mondiale, eppure hanno volato oltre 30.000 missioni di combattimento. Beverly Burns era “fuori posto” ai comandi di un 747.

Noi di Donne di Montagna lo sappiamo bene. Ogni volta che una donna sale in quota per la prima volta, ogni volta che una guida donna accompagna un gruppo su un ghiacciaio, ogni volta che qualcuna sceglie di non aspettare che qualcun altro la porti in vetta, sta riscrivendo la stessa storia. Non quella dell’aviazione, ma quella di tutti gli spazi che il mondo ha deciso fossero “da uomo”.

Il cielo e la montagna hanno molto in comune: sono immensi, sono liberi, e per troppo tempo sono stati raccontati come se appartenessero a un solo genere. Non è così. Non lo è mai stato.