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IL BAGAGLIO LEGGERO

by SILVIA VETTORI

Cammino lentamente, ormai troppo lentamente. 12 ore fa ero certa che mi stessi concentrando nel mettere un piede davanti all’altro. E, Silvia, ricordati di stare dritta con la schiena, di tenere le spalle aperte, di regolarizzare il respiro. L’obiettivo di oggi è impegnativo e hai bisogno di stare concentrata per farcela prima che scenda il buio.
Ma poi accade. Passano due ore, bastano 120 minuti a far vacillare tutte le convinzioni. Quando ho respirato a fondo per l’ultima volta? Quale piede ho appena messo davanti all’altro? Quando di preciso ho smesso di sentire il peso dello zaino? E com’è possibile che i polpacci non urlino più chiedendo chi me l’abbia fatto fare?
Accade, dicevo, che tutto questo diventa semplicemente naturale. Tieni duro per due ore ed è finalmente il cuore a prendere il sopravvento sulla testa. Oggi è bastato un alpaca a farmi perdere la concentrazione. Il mese scorso era successo con un papavero di montagna (giallo, in mezzo alle rocce carsiche del Friuli). La settimana prima è stata colpa delle fragoline di bosco delle Vette Feltrine.

Ma a dirla tutta non sono insensibile ad un sacco di stimoli. Gli odorosi prati fioriti prima della falciatura, i branchi di stambecchi, le forme delle nuvole, il profumo del sottobosco dopo la pioggia, il calore della roccia alle prime luci della giornata. Così, giusto per dirne alcuni. Pertanto è piuttosto frequente che perda la concentrazione, anche partendo con le migliori intenzioni.

E pensare che io avevo occhi così arrugginiti, da non accorgermi di tutto questo. Da piccola venivo trascinata su per i monti da mio padre all’interno di un buffo zaino giallo dove dormivo regolarmente per tutta la camminata. Crescendo poi è stato il mare il richiamo più forte, con amici e Bacardi al melone annessi (sì, capisco quella espressione di disgusto).

Così quando ho conosciuto Davide e mi ha raccontato della sua passione per la montagna gli ho detto che lo avrei accompagnato volentieri, a patto che il giro restasse entro le due ore. Succede così però che il mio ritorno in montagna non assomigli esattamente alla camminatina che mi ero immaginata. Trekking con 1200 mt di dislivello, notte in bivacco e 10 ore di discesa da affrontare il giorno seguente.

Inutile dirlo: ho male dappertutto, la notte non ho chiuso occhio e in discesa sono caduta un numero imprecisato di volte lungo i ghiaioni. Eppure. Eppure non posso negare la gratificazione di essere arrivata in cima con le mie gambe, il calore del fuoco da condividere, lo stupore della notte stellata, la meraviglia degli animali selvatici, l’emozione del risveglio nel mezzo della natura, il sentimento di rispetto verso queste alte cime.

Perché dopo le due ore qualcosa scatta e dallo zaino vengono sfilati i pesi più grossi. Le liti con i colleghi, le beghe familiari, la cellulite, le bollette, il traffico della tangenziale, le canzoni orribili dell’estate, le gallette di riso, le telefonate dopo le 21.

… e a quell’alpaca lì oggi avrei dovuto come minimo tirare la coda! Perché a 4000 metri di altezza tutto è già più complicato, ma se anche quel tipo si mette in mezzo al sentiero a fare facce buffe, chi riesce più a salire?
Piazziamo la tenda che è già tardi, gli ultimi raggi del sole illuminano quella che è una delle vette più imponenti del mondo: l’Alpamayo. Un ruscello scorre a poca distanza da noi, cala il freddo.

Abbiamo in programma una cena di tutto rispetto: risotto alla milanese! Anche in Sud America siamo sempre italiani e una busta pronta della Knorr ha il fascino di casa.

Spegniamo le torce. Il silenzio attorno a noi è quasi irreale. Solo il ruscello con il suo sciabordio. Avvolti nei sacchi a pelo di piuma d’oca apriamo la cerniera della tenda per guardare il cielo. Milioni di stelle e costellazioni che non conosco. Da questa parte del mondo sembra tutto capovolto. O forse sono io che oggi un’altra emozione non riesco a sopportarla.

Ripenso a quel primo giro sulle Vette Feltrine, a quanto mi sono arrabbiata, ma soprattutto all’amore indiscusso per la montagna che ne è scaturito. Il passo lento, la tenda in alta quota, i monti da scoprire, la curiosità di guardare il mondo con occhi nuovi. Ancora un’altra cima… ancora un’altra, ti prego.
Ah… perché ho aperto il blog www.bagaglioleggero.it? Per condividere tutta questa incredibile bellezza che mi assale ogni volta che ho gli scarponi ai piedi (e per svelare dove trovare l’acqua durante le alte vie!).

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