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DONNE IN SAT

by Elena Guella

Primo meeting donne guide alpine – Arco 9.11.2019

“Considerazioni (in libertà) sul ruolo delle donne nell’associazionismo ed in particolare nella gestione dell’associazionismo legato all’alpinismo”.

Al rapporto fra donne e montagna la Società degli Alpinisti Tridentini ha dedicato un Congresso nel 2016, un’importante occasione di confronto fra socie e soci da cui è emerso un interessante risultato: il Rapporto “Donne in SAT” sulla partecipazione delle donne al Sodalizio.

Certo se ci si ferma alle cifre contenute nel rapporto, esce un’immagine dell’associazione poco edificante dal punto di vista della parità di genere: di poco meno di 26.800 soci solo il 40% sono donne, di 87 sezioni solo 14 sono guidate da una Presidente, di 34 rifugi solo 4 sono gestiti da donne e solo nel 2018, la prima donna Presidente in quasi 150 anni di esistenza della SAT.

Leggendo con più attenzione il rapporto, tuttavia, si scopre con sollievo come nella SAT non esista una vera “cultura di genere”, una qualche segregazione orizzontale o verticale che impedisca alle donne di partecipare alla vita sociale dell’associazione o di ambire ai ruoli dirigenziali. Quali sono quindi i fattori che incidono sulla scarsa presenza femminile nella SAT? In estrema sintesi verrebbe da dire: tempo e autostima.

Tempo: “La dimensione del tempo viene sempre messa in relazione con il ruolo della donna in società. Si osserva infatti che spesso le donne, oltre alle incombenze derivanti dal proprio lavoro, devono far fronte a quelle derivanti dalla propria famiglia, per cui è difficile garantire una partecipazione assidua alla vita associativa. La disparità tra la partecipazione femminile e quella maschile è dunque spesso ricondotta proprio alla disparità di carichi familiari tra la donna e l’uomo” (da Donne in SAT” Rapporto sulla partecipazione delle donne nella Società degli Alpinisti Tridentini, B. Poggio, F. Frazzetta, 2016).

La SAT, con la sua capillare presenza sul territorio, di fatto è rappresentativa della società trentina, una realtà in cui evidentemente c’è ancora da fare in termini di parità di genere, ma una società di cui noi stesse siamo parte integrante e nella quale dobbiamo impegnarci in prima persona per contribuire al cambiamento, mettendoci in gioco e lavorando anzitutto sulla fiducia in noi stesse, il secondo fattore limitante e non certo per importanza.

Autostima: dal rapporto emerge una diffusa inclinazione di noi donne a “lasciar fare” agli uomini, una generale tendenza tutta femminile a non credere nelle proprie capacità, cedendo spesso il passo. Riflettendo su questo aspetto, anche in relazione alla mia esperienza personale, mi rendo conto di essere cresciuta in un mondo a misura di uomo (inteso come essere umano di sesso maschile) e maschili sono la maggior parte dei parametri di valutazione con cui ho avuto a che fare, soprattutto affacciandomi ad ambiti tradizionalmente esclusivo appannaggio degli uomini, dove forza fisica, freddezza (scarso sentimentalismo) e autorità (non autorevolezza) sono tutt’ora considerati valori, con cui noi donne fatichiamo a rapportarci perchè siamo diverse.

E per “diverso” non intendo che noi donne non si possa aspirare a fare tutto quello che fanno gli uomini, abbiamo validi esempi a dimostrarci che possiamo eccome, ma che forse dovremmo abbandonare l’idea di farlo come gli uomini, cercando o inventando un nostro peculiare modo di fare e di affrontare sfide e difficoltà, valorizzando quel “tocco femminile” che, soprattutto (ma non solo) in ambito gestionale, può effettivamente innescare interessanti cambi di passo e di ritmo e, con essi, un reale cambiamento nell’associazionismo e, tramite essa, nella società.

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