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La “collezionista” di 4000

by Carla Dulcetta

Quando ho salito il mio primo 4000 non sapevo esattamente cosa stavo affrontando. Nata e cresciuta al mare, non avrei mai potuto immaginare di potermi innamorare perdutamente non solo delle montagne, ma di quelle ad alta quota. Ed è iniziata così la mia collezione di 4000, anno dopo anno, tra ramponi, corde, piccozze e aria sottile.
Il 17 Luglio 2020 è la vigilia del progetto dell’estate, un giro alla conquista di altri giganti delle Alpi: la traversata delle Aiguilles Du Diable.

Per arrivare al Colle del Diavolo, punto di inizio di quella che si rivelerà nel complesso la più bella, faticosa e divertente cavalcata d’alta quota fatta finora, si attraversa il Cirque Maudit, il circo maledetto. Se avessi dovuto basarmi sui toponimi, avrei dovuto stare alla larga da questi luoghi, invece li ho inseguiti per due anni e devo dire che la perseveranza ha pagato, nonostante lo stop forzato a causa di due ernie cervicali e la quarantena iniziata proprio appena dopo la mia ripresa.

Io e Francois (Cazzanelli, la guida che mi accompagna da 4 anni in questi “viaggi” e senza la quale non avrei potuto alzare l’asticella anno dopo anno) siamo partiti dal Rifugio Torino alle ore 2.30. Le condizioni della via si preannunciavano eccezionali.

Carla e Francois

 

La sera prima, avvolta dal calore rassicurante del mio sacco a pelo, sento insinuarsi nella mente domande come “sarò all’altezza? Riuscirò a superare i passaggi difficili? Avrò abbastanza resistenza? Userò le scarpette o terrò gli scarponi?”… fuori la luce della lampada frontale e lo scricchiolio dei ramponi hanno iniziato a rendere più sicuri i miei passi e a darmi serenità.

Attraversiamo al buio il Cirque Maudit e iniziamo a risalire il canale di accesso al Col du Diable, dapprima su neve dura e compatta, in seguito ci spostiamo verso destra su roccette e piccoli nevai. Arrivati sul colle, ci accoglie un’alba perfetta, un fuoco sempre più intenso che illumina un panorama da togliere il fiato. In lontananza vedo il Cervino e mi dico che avrò un custode di pietra che mi accompagnerà, guardandomi le spalle.  Alla nostra sinistra ci sono loro, le cinque guglie, ognuna col proprio nome, insieme unite a formare un sogno fatto di saliscendi continui.

Attacchiamo per primo il Corn du Diable, il cosiddetto risveglio muscolare avviene su un passaggio di III grado abbastanza esposto: con l’esposizione dovrò farci l’abitudine perché qui è sempre assicurata e notevole e solo il sangue freddo può far si che la si affronti in scioltezza, oggi non c’è spazio per le vertigini. Una “calata” e siamo alla Brèche Chaubert, davanti a noi si alza la seconda torre, la Chaubert con un lungo tiro da poter spezzare in due (5b) su un granito rosso fessurato e bellissimo. Altre tre calate e ci troviamo su una sella aerea piuttosto inquietante davanti la quale svetta la Mediane in tutta la sua maestosità. Dopo alcune cenge, siamo di fronte ad un diedro da scalare fino a quando non si devia a destra su un traverso verso la cresta (5a). Si segue per un tiro su fessure verticali (5b) ed un altro sullo spigolo sino in cima, dopodichè si attraversa un buco tra i massi della vetta da cui si effettuano altre calate per affrontare la Carmen che si sale con due tiri in diagonale.

Dalla sua cima la vista della Mediane mi lascia a bocca aperta, averla scalata ha dell’incredibile e lo stesso vale per la discesa dalla Carmen, le tre calate per arrivare alla Brèche du Diable sono dei veri e propri salti nel vuoto, vuoto che ha ahimè accolto la mia piccozza, compagna fedele di tante avventure, assicurata al mio zaino in modo precario. Siamo sotto l’Isolèe, l’ultima guglia, la più spostata rispetto al filo di cresta. Spostandoci verso destra, si vede la chiara salita verso il Mont Blanc du Tacul, punto più alto di questa traversata (4206 metri), e in lontananza tanti piccoli puntini che arditamente affrontano questo mondo fatto di ghiaccio, neve, roccia e aria sottile.

Sulla cima del Mont Blanc du Tacul ho un nodo in gola, è il mio 19° quattromila e io non riesco a realizzare appieno di aver oltrepassato quei denti di roccia affilata contando “solo”sulla forza delle mie mani, delle mie gambe e della mia testa, ho la sensazione di aver fatto qualcosa di ardimentoso, ma ancora è presto per capirlo.

Sorrido e abbraccio Francois, la foto di vetta è un sorriso a 32 denti.


Inizia la discesa, con piedi fermi e concentrazione perché la traccia è ripida, la neve inizia ad ammorbidirsi e i ponti di neve vanno superati velocemente. La salita verso l’Aiguille du Midi mi spiazza, affrontare un altro dislivello positivo dopo aver assaporato l’ebrezza della discesa mette a dura prova la mia forza di volontà, che alla fine prevale, o meglio deve prevalere.

In 9 ore abbiamo completato il nostro tour e siamo pronti per un pranzo ristoratore e meritatissimo. Fino a quando non torno a casa su mio divano non riesco a decifrare le emozioni che mi hanno accompagnato durante la giornata. Alla fine, però, le metto in fila e so che oggi non ho mai avuto paura, esitazione forse sulle calate più difficili, sono stata sempre concentrata, razionale. Sento che è il punto della svolta.

Scalare queste guglie mi ha stupito, abituata a scalare vie fatte di movimenti delicati e di equilibrio, mi sono ritrovata ad affrontare incastri taglienti, trazioni a volte brutali, a contorcere le mani dentro le fessure, a stringere le dita attorno a piccole tacche, a gemere ad ogni faticoso passo per salire su, attraverso un viaggio “old style” su una roccia di qualità eccezionale oltre la quale c’è solo il cielo a far da limite.

Arrampicare questi splendidi denti aguzzi mi ha consentito di misurarmi con me stessa, di conoscermi, di sapere fin dove posso arrivare se ci metto testa, braccia e un cuore che pompa ossigeno e di avere la conferma che ciò che amo non è la vetta, ma il percorso affrontato per arrivare ad essa.

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