Alta Valle Ellero: il cammino lungo la storia

Prendi una giornata di sole, un fine settimana di metà novembre e la voglia di vedere neve sulla cima delle montagne. Cerca un parco naturale, rispolvera le ciaspole e buttati in macchina.

Destinazione? Ovunque ci sia da divertirsi ed un panorama mozzafiato in cui perdersi.

Questa è stata la premessa per una giornata spettacolare, in puro stile outdoor, in Alta Valle Ellero.

Siamo in Piemonte, tra le Alpi Liguri e Marittime, ai piedi di Cima delle Saline, a poca distanza dal Col di Tenda.

Qui sorge un’ampia conca di origine lacustre, Pian Marchisio, presso cui si trova la sorgente del fiume Ellero. Il torrente scende in una valle molto incassata, compresa fra pareti di calcari e dolomie, prativa nella parte superiore, e poi più giù da ripidi versanti ricoperti di boschi e latifoglie.

Superata la frazione di Rastello, il fiume scende ancora e la valle si allarga, portandosi al suo sbocco dove sorge il centro di Roccaforte di Mondovì e si mischia alla pianura, fino ad immettersi nel Tanaro.

Con questa doverosa premessa geografica, ritorniamo al momento di riprendere le ciaspole dalla cantina.

Eh sì, la voglia di rimettersi le racchette da neve ai piedi è tanta: dopo un anno di attesa, finalmente siamo pronti a ripartire sul soffice manto bianco.

Come nelle migliori tradizioni, comincia l’avventura ed iniziano i primi problemi!

Quella che doveva essere una passeggiata medio-facile di circa 500 m di dislivello positivo, con partenza Ponte Murato a quota 1224 m, diventa un infinito slancio verso l’alto, cominciato invece a Rastello a 830 m.

Ebbene sì! La caduta di neve fresca dei giorni precedenti aveva tolto la facile accessibilità alla strada asfaltata, che in venti minuti avrebbe guidato al parcheggio, ma che ora è solo un mix di ghiaccio.

Sicuramente questo non diminuisce la voglia di scoprire l’Alta Valle Ellero sopra di noi, ma certamente fa perdere troppo tempo per prendere quota. Per scacciare il pensiero di 450 metri di dislivello in più, su strada prevalentemente ghiacciata nella prima parte e colma di neve nella seconda, mi perdo a guardare il panorama che mi circonda.

Abituata alle grandi faggete Liguri ed all’ambientazione appenninica, in questi primi tratti del percorso, non trovo una grande differenza e mi sento come a casa. Avanzo con ripida pendenza e subito incontro una palestra di boulder a cielo aperto, con enormi sassi, che accompagnano la vista in questi istanti. La testa si riempie di immagini di climbers provenienti da tutte le parti del mondo, che con i loro materassi colorati, tentano la cima del macigno, atterrando poi sui morbidi cuscini tra sonore risate.

Tra queste immagini, si apre la parte bassa della vallata, con un ponte sopra il quale è eretta una croce dorata.

Mi rendo conto solo allora, quando i miei occhi si posano sui cartelli, di stare percorrendo uno splendido itinerario, che attraversa quella che fu l’antica via del Sale, nata sulla traccia della via Pompea, costruita dai romani nel primo secolo a.C., per mettere in comunicazione la pianura con il mare. Sempre sullo stesso tracciato si infittirono poi, nei secoli successivi, i commerci di sale fra la pianura Piemontese e la costa Ligure.

Al termine di tale strada, utilizzata per questi scopi fino al tardo 1800, è stato costruito un rifugio nel 1929. Il suo nome è Rifugio Havis de Giorgio – Mondovì e rappresenta uno strategico punto tappa per tanti escursionisti ed alpinisti, che vogliono cimentarsi in percorsi di più giorni tra le Alpi Liguri e Marittime.

Usciti dall’oscurità del bosco, finalmente si presenta davanti ai miei occhi il sospirato parcheggio di Ponte Murato, a 1224 m. Con le ciaspole indossate già da un pezzo ed il corpo fin troppo caldo per la ripida salita, comincia ora ufficialmente il vero percorso sulla neve fresca.

Baciati finalmente dal sole, il panorama cambia del tutto: non più solo tronchi spogli e scuri ma appaiono cime dall’aspetto roccioso e dolomitico. É veramente bello osservare come la neve si posi candida e dolce sulle pietre per rimanere lì, in attesa di essere osservata.

Riesco a vedere il Mondolè da lontano, completamente bianco ma con indubbie scie fresche che lo attraversano, La Gardiola e la Cima Durand, con i suoi 2092 m, e poi ancora la Cima Cars ed il monte Grosso.

La strada prosegue e finalmente il fiume Ellero si avvicina alla sterrata che stiamo percorrendo da più di tre ore.

La vista è spettacolare, il candore del bianco, si fonde con l’azzurro dell’acqua cristallina. I tetti spioventi del rifugio si intravedono da lontano, troppo distanti però per riuscire a percorrere quell’ulteriore tratto che ci separa.

Comincia ad essere tardi e quelle quattro ore e mezze previste sui cartelli da Rastello, non lasciano speranza ed altra scelta. Seppure vicinissimi al traguardo, il percorso di ritorno è piuttosto lungo, con diverse ore che separano alla macchina, le giornate tardo autunnali sempre più corte ed il freddo pungente.

Con un filo di tristezza per aver perso l’ultimo tratto di un panorama mozzafiato, in cui finalmente la valle si sarebbe aperta del tutto ed avrebbe incantato con i suoi colori magici, cambio direzione, puntando verso quella che sarà di nuovo casa.

Ma non prima di aver acceso il fornelletto a gas, per gustare un risotto caldo in ottima compagnia.

Il sapore gustoso dello zafferano ed il profumo intenso del caffè inebriano questi ultimi attimi nella natura, creando un mix di euforia, leggerezza ed entusiasmo senza prezzo.

Al ritorno, ripercorrendo i tornanti in discesa ed oltrepassando di nuovo la palestra di roccia, tanti pensieri mi accompagnano. Ad esempio, la curiosità di vedere la valle con splendidi colori tendenti ad una scala di verde.

Sogno già il risveglio dell’erba e degli alberi, che piano piano emergono dal torpore e dal freddo, per tornare ad illuminare con il loro colore brillante.

Profumi accesi, canti di grilli e squilli di uccellini possono attendere certamente la prossima stagione, proteggendo la valle, che a ben diritto, rappresenta la terra del formaggio Raschera.

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